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mercoledì 13 dicembre 2017

Santa Lucia, protettrice delle arancine

A Palermo comprare il pane nel giorno di Santa Lucia é reato.
Quando ero piccola ricordo che l'idea di non poter mangiare prodotti da forno e la pasta mi ossessionava a tal punto che una volta, dopo aver chiesto per la centesima volta a mia madre "perché perché, perché ma', non posso mangiare il pane e nemmeno il pancarrè e nemmeno la girella perché!!!?", mentre panava la 150esima palla di riso, senza neanche guardarmi, mi rispose: "Perché se non mangi le arancine, diventi cieca come Santa Lucia".
L'immagine dei miei occhi strappati e serviti su un piattino d'argento, turbò il mio sonno per molti anni. Ciò che ne dedussi fu che più mangiavo arancine meglio avrei visto. Divennero un sostituto delle carote. In effetti ci vedo benissimo.

sabato 18 novembre 2017

Il cervello di Riina al museo Lombroso



La procura di Palermo rende noto che il cervello di Toto Riina verrà espiantato da un' équipe di geometri per essere spedito al museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso". Il reperto verrà conservato sottaceto, all'interno di un barattolo quattro stagioni offerto dalla Bormioli.
Sulla teca, che già conserva sotto forma aldeide peni affetti da sifilide, verrà inciso su una piccola targa bronzea: "Qui è conservato il cervello del più grande pezzo di merda della storia".
Inoltre, la procura fa sapere che il resto del corpo verrà consegnato al frigomacello di Bolzano, per essere smaltito secondo gli standard più appropriati ai rifiuti organici.



Fonte: sarebbebello.it

giovedì 31 agosto 2017

Stupro? Se la donna si bagna, le piace


Nell'Anno Domini 1781, quando ero ancora studentessa all'università di Giurisprudenza a Palermo, c'era la possibilità di aggiungere due materie "a scelta" nel proprio piano di studi, visto che già 32 esami non bastavano. Inserii gli insegnamenti di criminologia e antropologia criminale (più medicina legale delle assicurazioni). Allora ero una giovine ricca di speranza e ideali, non avevo ancora maturato il senso di disgusto e rassegnazione nei confronti dell'umanità. Le lezioni di antropologia criminale erano tenute da un collaboratore dell' illustre professor Taldeitali, medico legale che già allora aveva 106 anni. Godeva nel mostrarci le diapositive delle sedute autoptiche effettuate da lui.
L'assistente, che per comodità chiamerò dott.Facocero, era un ricercatore sulla quarantina e sul centinaio di chili.
Il dott. Facocero ebbe il compito di tenere le lezioni sulle devianze sessuali. Chiaramente il corollario immediato dell'argomento fu: la violenza sulle donne e gli aspetti psicologici relativi all' imputabilità e al consenso della vittima.
Dopo una premessa generale sull'identikit del violentatore-tipo e tutta una serie di considerazioni alla Salvo Sottile, affermò:
"Perchè la donna, è stato scientificamente dimostrato da autorevole dottrina, ci sono dati alla mano, per quanto riguarda il consenso... che se c'è lubrificazione vaginale, allora non può considerarsi reato, perchè la donna se si oppone non si lubrifica e quindi non può esserci atto sessuale. Nè quindi può parlarsi di stupro, nè di imputabilità perché vuol dire che prova godimento e quindi acconsente".
Nel frattempo i miei colleghi prendevano appunti come deliziosi scolaretti da libro Cuore. Mi girai verso la classe sperando di incrociare lo sguardo di qualcuno, per sentire il conforto di un "ma l'hai sentita 'sta colossale minchiata?". Valutai che gran parte dell'aula era abitata da maschietti. Mi salì il sangue alla testa e mi si gonfiò la vena temporale. Educatamente alzai la mano per fare un intervento, richiamandomi a tutta la calma rimasta: "Scusi, dottor Facocero, credo di non aver capito bene. Ma le posso garantire che la lubrificazione, in quel caso,  è una questione meccanica, non si può in base ad un fatto fisiologico... un po' come la lacrimazione. Mi spiego: se io ora le infilo un dito nell'occhio, lei lacrima, ma non credo sia d'accordo e le piaccia. Non la trova un po' azzardata come teoria?“
Mi invitò ad abbandonare l'aula dopo un monologo manieristico alla quoque tu putrida matricola.

Uscì dall'aula in silenzio. La sessione successiva ripiegai su Diritto Agrario.
A quel punto preferii specializzarmi in mezzadria e usucapione di sciami d'api.


martedì 27 giugno 2017

#Aneddoti familiari: mia madre


Qualche anno fa possedevo una vecchia Opel Agila.
Era un bidone con le ruote. Pensate che avevo fissato gli specchietti retrovisori con delle viti. Spesso mi lasciava a piedi, ma questo passava il convento. 
Una volta accompagnai mia madre a comprare del cotone per l'uncinetto e sulla strada del ritorno accadde l'inevitabile: la macchina morì improvvisamente nel mezzo di un incrocio in pieno centro a Palermo. Ovviamente era l'ora di punta. Non potevamo scendere dalla macchina perché c'avrebbero falciate. Cercavo di attirare le attenzioni di qualche altro automobilista che ci superava a suon di "unni ta pigghiasti a patienti" e "unnuviri ca iè virdi". Disperata chiedevo aiuto dall'abitacolo per spostare la macchina a spinta (oltre a reagire alle parolacce in modalità scaricatore di porto). 
Ad un certo punto, mi giro verso mia madre in cerca di sostegno. Era stata troppo silenziosa fino a quel momento, il che destava sospetti. Infatti mi giro verso il lato passeggero e mi accorgo che stava lavorando all'uncinetto. Ebbene sì, fermi all'incrocio dei quattro Canti di città, con la gente che ci bestemmiava addosso, ed io che mi agitavo come una tarantola, lei con ingenuità da terza elementare mi dice : "volevo vedere come risultava il colore, che al sole si vede meglio. E poi che posso fare io". Rideva e non smetteva di fare catenelle. Mi sembrava un incubo, poi venne a salvarmi mia zia. Dalla galera.

domenica 15 gennaio 2017

La teoria del fenicottero


Il fenicottero rosa è un animale che prolifera beato nel nostro ecosistema. Prolifico, in alcune zone invasivo, svolazza roseo, frivolo e ammirato. Il fatto eccezionale è che non è a rischio d'estinzione, e sapete perché? Perché le loro carni fanno schifo. Nei secoli, gli uomini e gli altri grandi predatori hanno cercato di farseli piacere a tutti i costi. Hanno condito e cucinato le loro loro carni in tutti i modi e nonostante ciò   rimanevano comunque immangiabili e disgustose. Questo per dire che ancora una volta la natura ha tutte le risposte: se fate schifo, avete più possibilità di sopravvivenza. Ovvero che: erba tinta un muori mai. (L'erba cattiva non muore mai)








sabato 26 novembre 2016

Fidel Crasto


In fondo Fidèl non ha solo retto alla notizia della vittoria di Trump. In realtà pare sia morto sul colpo appena lo ha saputo.
Per carattere, non mi schiero mai sul fronte della politica internazionale, perché sono già troppo impegnata a vergognarmi di quella italiana. 
Tuttavia ho sempre creduto che per poter difendere a spada tratta la bontà di un governo, bisognerebbe recarsi sul posto, o quanto meno conoscere qualcuno che quel posto lo ha subìto. Soprattutto se per farci un'opinione ci siamo unicamente affidati alla Stampa o al passaparola del compagno di liceo che nel '90 fondò il collettivo de gli Amici di Iosif.
Ad ogni modo,  circa sei mesi fa,  ho avuto modo si conoscere una donna cubana, sulla cinquantina, proprio de l'Avana.  Parlando del più e del meno le chiesi come mai si fosse trasferita in Italia e senza proferire parola  mi indicò  una ragazza poco più che maggiorenne. Naturalmente capii che si trattava della figlia e prima che potessi dire qualcosa, mi disse in quel bell'italiano cadenzato dallo spagnolo: "L'ho fatto per lei. Sono venuta qui vent'anni fa.  Era già venuta mia madre, clandestina. Anche io allora l'ho raggiunta, appena ho scoperto di aspettare una femmina. A Cuba siamo tutti poveri e per una ragazza è pericoloso. Pensavo che sarebbe diventata adolescente, che sarebbe voluta uscire, comprare dei vestiti o dei trucchi. E se vuoi tutto questo a Cuba, per guadagnare qualcosa, sei destinata ad andare con gli uomini. Io non lo volevo, non volevo subisse quello che ho subito io. Volevo che studiasse, che avesse un futuro come quello che ha ora".
La ragazza si avvicinò e smettemmo subito di parlare. Ci salutammo senza sigaro e senza un banale "hasta la victoria siempre", ma con un suo "porque mi patria es muerte".







sabato 29 ottobre 2016

Due novembre ovvero: i morti

L’altro giorno ho cercato di spiegare ad una mia amica piemontese cosa rappresentasse per noi siciliani il 2 Novembre. Non ci sono riuscita. 
-“Ah già il 2 non possiamo vederci, è festa!”, le dico. 
-“Festa?”
-“I morti! La festa dei morti no? Sarai impegnata in famiglia, immagino.“
Mi ha ascoltata interdetta, gliel’ho letto in faccia quel tu sei pazza, ma ho continuato. 
-“Sai che durante la notte del 2, i Morti ritornano sulla terra e lasciano i regali sul tavolo della sala da pranzo, con la frutta martorana… no eh?”
Giustamente lei dopo avermi ascoltata in quello che sembrava un delirio, riportandomi alla realtà, mi ha spiegato- come si farebbe a un sordomuto-  che “è Ognissanti ad essere segnata in rosso nel calendario e che il giorno dopo si va a lavoro, che le scuole sono aperte e che non ci sono zombie negli appartamenti“.

Ok, ok. Ho desistito, accettando la lezione facendo spallucce. 
Ma in fondo, da qualche parte nella mia testa, ho ragione io. 
Il giorno della Commemorazione di Defunti, in Sicilia, rappresenta una sorta di anticipo sulle feste di Natale. Ogni occasione è buona per fare grigliate e finire con l’intossico a Villa Sofia.  Sono passati troppi giorni dal barbecue di Agosto, e troppi giorni ancora ci vogliono fino all’8 dicembre , il calcio di inizio di tutti i  rave alimentari fino alla  befana.
Ma procediamo con ordine.  
Se di morti si parla, chi possono essere i protagonisti indiscussi di questa festa? 
Naturalmente i bambini. 
Per questo motivo, ricordo che il dopo cena dell’1 Novembre, fino ai dieci anni, era un incubo. Mia madre minacciava me e i miei fratelli di violenza domestica reiterata, qualora non fossimo andati immediatamente a letto. 
“Andate a dormire e fate i bravi che se no i morti non vengono e non vi lasciano niente per regalo, nemmeno la martorana”. Risultava molto convincente.
Il problema principale era però che a quel tempo, vista la piccola casa in cui vivevamo, io dormivo proprio in soggiorno, in uno di quei letti apribili che si usavano nelle famiglie proletarie degli anni ’90. Inutile dirlo, il mio letto si trovava adiacente al tavolo che doveva essere imbandito a mia insaputa.
Andavo a dormire con la coperta incastrata fin sopra la testiera, in apnea, con gli occhi sbarrati tipo cura Ludovico, e prima di addormentarmi venivo assalita dai più tetri dubbi alla Giacobbo.

“Ma da dove arrivano i morti? Perché vengono di notte e non di giorno? Soprattutto come hanno fatto a sapere che l’anno scorso  volevo Ciccio Bello pappa e mi scappa? Chi glielo ha detto?”
Naturalmente erano domande con cui tormentavo tutti, tutti gli anni, in prossimità di giorno 2,  fin quando una volta mio fratello Ferdinando, il maggiore dei tre che ai tempi era fissato con il Metal,  mi rispose sottovoce con un divertito e  funereo: “E’ mamma che glielo dice, lei parla con i morti”. A quel punto  smisi per sempre di fare domande, lasciandomi  tormentare nella solitudine del mio lettino, sperando che anche questa volta i morti avessero comprato da Sara Giocattoli , in Via Volturno, Barbie Midnight Gala.
Al risveglio, il mattino era una gara per i miei fratelli a chi spalancava per primo la porta del soggiorno bloccandomi la crescita per il terrore. Mi svegliavo di soprassalto direttamente in piedi, e visto  che eravamo esonerati dall’andare a scuola in quanto festa nazionale,  ci affiancavamo al tavolo per ammirare quello che i cari estinti ci avevano portato durante la notte. 

Entravano dalla finestra? Evaporavano attraverso gli  spiragli degli infissi? Vivevano nello sgabuzzino? Come facevano a sostenere il cesto se erano fatti  di aria? 

Era una fiera di giochi e dolci di tutti i tipi,  che nomi a parte, erano squisiti inviti al diabete precoce. Le crozze di morto (ossa di morto), i pupatelli, i taralli, i nucatoli e i totò bianchi e marroni. Gli ‘nzuddi con le mandorle e la frutta secca. Poi c’era la protagonista indiscussa: sua signora la frutta di martorana, quei piccoli dolci di pasta di mandorle a forma di frutta fresca oramai conosciuti in tutto il mondo. Ci avventavamo come Indios sui cinghiali, arraffavamo di tutto litigando per una mandorla, davanti agli occhi soddisfatti dei miei. Solo la frutta martorana veniva protetta da un piccolo involucro di carta trasparente, e tolta immediatamente dal braccio telescopico di mia madre che dipanava la piccola mandria di figli  che eravamo. La frutta martorana, in effetti costava un occhio della testa,  quindi veniva attentamente suddivisa da mio padre con parsimoniosa dovizia chirurgica, affinchè tutti, grandi e piccoli,  potessimo assaggiarne un pezzo. A me non piaceva, magari preferivo masticare i piedi della mia nuova Barbie. 
Tutto quel tripudio di zuccheri era messo dentro un cesto con tutte le primizie di stagione,  e magari,  se eri fortunatissimo, trovavi anche un  Pupu ri zuccaru- chiamato anche pupaccena”- una statuetta di puro zucchero dipinta con le fattezze di un Paladino, che solo a guardarla ti partiva una carie al molare del giudizio che ancora non avevi.
Insomma, si trattava molto di più della giornata dedicata al tour dei cimiteri, e ancora oggi per me, come per molti altri siciliani, rappresenta una tradizione profumata  da trasmettere al figlio che verrà. 


E soprattutto, come facevano a sostenere il cesto se erano fatti  di aria?