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lunedì 21 settembre 2015

Quando non c'era il Bimby

Ogni volta  che leggo in una ricetta che  "è meglio usare il Bimby",  mi vien voglia di fare lo sciopero della fame con Pannella.
Il Bimby, per chi non lo sapesse ancora, è un elettrodomestico multifunzione, che  a detta delle più, è in grado di mettervi a letto pure i bambini cotti.
A primo impatto sembra l'apparecchio per l'aerosol della PIC e invece frulla, impasta, affetta, ramazza, cuoce, omogenizza meglio della Plasmon. Il costo varia tra i mille e i millecinquecento euro, ovviamente dilazionabili a rate da addebitare sul conto corrente del marito.
Intendiamoci, non che mi sembri assurdo che un elettrodomestico da mille euro sia utile, ma a leggere le ricette delle cuoche 2.0, sembrerebbe  che se non  possiedi questo aggeggio, non sarai mai in grado nemmeno fare una salsa di pomodoro decente.
Io ho scoperto l'esistenza di questo indispensabile collaboratore domestico solo un paio di anni fa, eppure è in vendita da circa cinquant'anni. Lo produce la stessa ditta del Folletto, quell'altra aspirapolvere da duemila euro.
Oramai è talmente diffuso che sono state  pensate (?) ricette esclusivamente per chi lo possiede, come quando con il boom del microonde le case editrici sfornavano ricettari ad hoc tipo "Cucina cinese a microonde" oppure "I mille usi del microonde", tra cui scaldarci la ceretta e asciugare i calzini.  Se in sostanza  non ce l'hai, senza Bimby, sei destinato a mangiare di merda.
E allora mi viene in mente mia nonna che possedeva un unico attrezzo multifunzione: il mattarello.   Lo usava sia per stendere la pasta, sia per stendere noi nipoti impestati che non le davamo tregua.
"Un volume da sogno" (cit)
Mi ricordo la preparazione dei buccellati, biscotti ripieni di marmellata di fichi fatta in casa, tipici della Sicilia diabetica. Alle donne di oggi, la loro preparazione è consigliata solo dopo aver fatto almeno un anno di psicoterapia preventiva.
"Voglio fare i buccellati", proclamava mia nonna con due settimane d'anticipo.  
Silenzio tombale, neanche avesse detto portatemi in braccio a Roma, perchè  quel "Voglio" significava anche che qualcuno si sarebbe dovuto immolare con lei.
La preparazione impegnava la cucina tutta: tavolo, 4 fuochi, forno, asse da stiro e piano della lavatrice.  Con tutta la  forza bruta dei suoi bicipiti, la nonna impastava meglio di una betoniera, una specie di frolla di cemento, la stendeva con il mattarello multifunzione e intanto faceva la sauna vicino al bibigas che sfuocherellava allegro nel giorno dei morti.
Nell'Italia dei cuochi, dove proliferano più trasmissioni di cucina che notiziari, mi sembra quasi assurdo che esista un sottobosco di fanatici della cucina per bimby. Provate a immaginare se la trasmissione della Clerici si basasse solo sull'elettrodomestico, oppure il più fortunato reality Masterchef, con i concorrenti che piangono davanti all'apparecchio, mentre il giudice-chef belloccio li carica di miseria: "Non hai pigiato play al momento giusto. Squalificato".  
Il piacere del cucinare nasce proprio dal tempo che gli dedichi, all'atto in sé del toccare con le mani gli ingredienti, dell'odorare, del mescolare. Dosare con maestria, rimanere seduti davanti al forno come davanti alla TV, sbagliare perché hai messo troppa farina e mangiare mattoni, ustionarsi le dita perché non si è di amianto, infine farti fare i complimenti per come hai cucinato, prendendoti il sudato merito di aver  soddisfatto qualcun'altro.
La cucina unisce, aggrega e ci rallenta, ed è proprio questo che la rende speciale. 
E mia nonna? Avesse avuto il Bimby? Sicuramente non mi ricorderei dei buccellati e lei lo avrebbe usato come paiolo per bollire le mutande, dosando con maestria l'azolo.




-Per approfondire l'argomento vi consiglio di leggere William Galt,  che il Bimby l'ha pure avuto, suo malgrado.