>

Pagine

sabato 26 novembre 2016

Fidel Crasto


In fondo Fidèl non ha solo retto alla notizia della vittoria di Trump. In realtà pare sia morto sul colpo appena lo ha saputo.
Per carattere, non mi schiero mai sul fronte della politica internazionale, perché sono già troppo impegnata a vergognarmi di quella italiana. 
Tuttavia ho sempre creduto che per poter difendere a spada tratta la bontà di un governo, bisognerebbe recarsi sul posto, o quanto meno conoscere qualcuno che quel posto lo ha subìto. Soprattutto se per farci un'opinione ci siamo unicamente affidati alla Stampa o al passaparola del compagno di liceo che nel '90 fondò il collettivo de gli Amici di Iosif.
Ad ogni modo,  circa sei mesi fa,  ho avuto modo si conoscere una donna cubana, sulla cinquantina, proprio de l'Avana.  Parlando del più e del meno le chiesi come mai si fosse trasferita in Italia e senza proferire parola  mi indicò  una ragazza poco più che maggiorenne. Naturalmente capii che si trattava della figlia e prima che potessi dire qualcosa, mi disse in quel bell'italiano cadenzato dallo spagnolo: "L'ho fatto per lei. Sono venuta qui vent'anni fa.  Era già venuta mia madre, clandestina. Anche io allora l'ho raggiunta, appena ho scoperto di aspettare una femmina. A Cuba siamo tutti poveri e per una ragazza è pericoloso. Pensavo che sarebbe diventata adolescente, che sarebbe voluta uscire, comprare dei vestiti o dei trucchi. E se vuoi tutto questo a Cuba, per guadagnare qualcosa, sei destinata ad andare con gli uomini. Io non lo volevo, non volevo subisse quello che ho subito io. Volevo che studiasse, che avesse un futuro come quello che ha ora".
La ragazza si avvicinò e smettemmo subito di parlare. Ci salutammo senza sigaro e senza un banale "hasta la victoria siempre", ma con un suo "porque mi patria es muerte".