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lunedì 18 dicembre 2017

Il razzismo non ha colore


Ho avuto modo di conoscere la storia di una famiglia di siriani rifugiata a Torino. Madre, padre, due figlie di cui una di 8 anni, l'altra di appena tre.
La bambina più grande, Rined, ha una cicatrice sulla mano, racconta come se l'è procurata, con l'aiuto di un interprete, senza una lacrima: "Siamo scappati in Africa, andavo a scuola lì, insieme ad altri bambini profughi come me. I maestri africani picchiano forte sulle mani, ma picchiavano di più noi siriani, perché eravamo siriani, ce lo dicevano. La sera tornavamo nel campo e una volta un mio amico è stato inseguito da un gruppo di compagni, si è nascosto dentro un bagno (latrina), correva per scappare, é caduto dentro un'enorme vasca, l'hanno trovato morto dopo due giorni, lì dentro nel buco".
Alla fine Rined ha tirato fuori dalla tasca un bigliettino di carta, scritto da lei stessa, lo ha letto ad alta voce e in italiano: "Io, sono scappata dalla guerra".
A quel punto mi sono sentita più piccola di Rined, un feto accartocciato, praticamente inesistente.